Teramo – Una lettera affissa sulle porte d’ingresso dell’ospedale di Avezzano ha attirato l’attenzione di pazienti, familiari e operatori sanitari. A scriverla è una donna che si presenta semplicemente come “una figlia”, la quale, dopo la morte del padre, ha deciso di condividere il proprio dolore e di rivolgere un appello al personale dell’ospedale.
Il messaggio, intitolato “Lettera aperta ai Medici e agli Infermieri dell’Ospedale di Avezzano”, invita il personale a non perdere mai il senso profondo della professione, sottolineando l’importanza del rispetto, dell’ascolto e dell’umanità accanto alle cure. La donna chiarisce che non intende accusare nessuno, riconoscendo le difficoltà quotidiane con cui il personale sanitario è costretto a lavorare ogni giorno, tra carenza di organico, turni pesanti e stress.
Allo stesso tempo, racconta di aver assistito alla sofferenza del padre durante il ricovero e denuncia come gli anziani rischino di diventare “invisibili”, trattati come semplici numeri di letto o cartelle cliniche anziché come persone. Nella lettera, viene evidenziato che curare non significa solo prescrivere una terapia o eseguire una procedura, ma anche compiere gesti di umanità come sistemare un cuscino, offrire una poltrona a un familiare, stringere una mano o rivolgere una parola di conforto.
La donna riporta un episodio particolarmente duro: durante il ricovero del padre, a fronte di alcune rimostranze, le sarebbe stata risposto: «Se avete delle rimostranze, fatele al Tribunale per i diritti del malato». Questa frase è stata definita dolorosa, poiché ferisce la fiducia che le famiglie ripongono negli operatori sanitari.
Non mancano, però, parole di gratitudine nei confronti di quei medici e infermieri che continuano a distinguersi per la loro disponibilità e sensibilità. «Grazie a chi, nonostante tutto, trova ancora il tempo di sorridere, di sistemare un cuscino, di offrire una presenza», scrive la donna.
Il messaggio si conclude con il ricordo del padre scomparso e con un appello finale: «Mio padre non tornerà. Ma mi auguro che queste parole possano servire a qualcosa». L’obiettivo è quello di ricordare che, quando la medicina non può più cambiare il destino di una persona, l’umanità può ancora fare la differenza nel modo in cui quel percorso viene vissuto.





